Mission
“Ma come diavolo ha fatto a finire lassu’, come diavolo ha fatto a collegarsi all’impianto senza che nessuno se ne accorgesse, ma non e’ possibile che uno possa passare due giorni vestito da tecnico e girare senza nessun problema fra i corridoi interni, e dove avra’ trovato le chiavi, poi!”, era il Comandante al picchetto di guardia. Sarebbe stato lui per primo ad essere additato come responsabile per il fatto. La Guardia Svizzera non aveva bisogno di pubblicita’ negativa, ultimamente ne aveva avuta gia’ abbastanza. Ci mancava quell’uomo sul Cupolone, proprio il giorno del giubileo dei giornalisti, per ravvivare un po’ questa fine millennio in sordina.
Il Papa dalla sua finestra aperta, era rimasto in silenzio per un po’. Poi aveva provato a dire la sua, ma il microfono era stato staccato. E al suo posto, aveva preso la parola quel tizio. La piazza di San Pietro era affollata di gente; tutti i giornalisti cattolici d’Italia sicuramente, e quelli che avevano potuto arrivare dall’estero. Poi c’erano i giornalisti non cattolici ma simpatizzanti, erano venuti anche loro; e poi c’erano i giornalisti non cattolici e non simpatizzanti, ma che sulla due giorni del giubileo della stampa e TV dovevano farne un pezzo, un servizio, una copertina. Poi c’erano anche i curiosi, pochi i romani, molti i turisti con gli occhi a mandorla. Dopo la Santa Messa ufficiale a San Pietro, ci sarebbe stato il saluto del Santo Padre; poi a simboleggiare il candore dell’informazione cattolica, e l’importanza del ruolo sociale del giornalismo, era previsto l’elevarsi di una grossa mongolfiera dalle spalle di San Pietro, che avrebbe portato simbolicamente fino a Cinecitta’ una videocassetta con il filmato dell’evento. La Santa Messa era terminata senza problemi, il saluto del Papa era appena iniziato, quando un’altra voce si era sovrapposta alla sua, poi ne aveva preso il posto. “Buongiorno, sono Marco Tassinari, giornalista. Sono sopra al Papa, sopra alla Cupola di San Pietro. Non provate ad avvicinarvi perchè ci metto poco a saltare giù. Sono qui perchè ho un messaggio per voi, che scusatemi la poca modestia, e’ piu’ importante di quello precotto del Santo Padre. E lei Signor Primo Ministro di Dio, mi ascolti, e credo che non potrà non essere d’accordo con me”.
Giu’ dietro alle transenne di legno alcuni giornalisti gia’ con la penna stavano tracciando le aperture del rituale saluto bianco; appena sentirono questa voce, chiara, superare quella del Papa, alzarono il naso verso il Cupolone. Si riconosce subito il brivido freddo dell’essere al posto giusto nel momento giusto, e loro lo sentirono scendere per la schiena. Quattrocento mila mani scesero pronte sul telefonino per avvertire quattrocento mila testate che un pazzo era sul Cupolone a far la festa al Papa. Chi era piu’ laterale ci penso’ un po’ su; poi qualcuno decise di rinunciare al posto in Piazza per cercare l’ingresso alla cupola. Questa volta pero’ le guardie sembravano piu’ pronte, e nessun giornalista riusci’ a guadagnare in tempo la scaletta interna. E c’era un cecchino mezzo assonnato piazzato dalla sicurezza ad un lato del colonnato. Sussulto’ di soprassalto, getto’ un’occhiata alla sua radio che pero’ taceva, poi con il telescopio della sua arma si mise a cercare quell’uomo pazzo sul Cupolone, e poi lo trovo’. Non era in cima, era a metà della grossa cupola, in piedi; era legato con una corda da alpinismo alla vita, la corda passava in un passante dell’imbragatura, e terminava arrotolata di due giri attorno ad un braccio di lui, vestito blu, e il capo della corda lo teneva nella sua mano sinistra stretto, e con la destra teneva un grosso microfono, che andava a filo verso una scatola nera che stava ai suoi piedi, e anche quella era legata con del cordame. “Bhe, basta staccare la spina”, penso’ il cecchino accarezzando il ferro dell’arma. Non sapeva che l’impianto audio da qualche settimana attingeva elettricita’ dalla sala stampa del Vaticano, era stato sabotato. E non sapeva che la sala stampa del Vaticano era appena diventata centro nevralgico della situazione e che mai e poi mai sarebbe potuta rimanere al buio.
Il pazzoide si era organizzato discretamente bene, insomma. “Cari giornalisti accorsi a Roma per il vostro giubileo – diceva intanto l’uomo – credo che non abbiate potuto sperare in niente di meglio di un pazzo sopra al Cupolone. Vorrei dunque un po’ d’attenzione”. Ma l’attenzione non gli mancava, la piazza era tutta in silenzio per lui. Gia’ c’erano un centinaio di telecamere ad inquadrarlo. I fotografi si affannavano per guadagnare qualche posizione migliore, e qualcuno riusci’ a raggiungere la postazione del cecchino della security e a scattare la foto da paio di milioni. Il Papa era un po’ indispettito. Piu’ che altro geloso della sua platea, d’istinto. Poi si rese conto che questa sensazione non si confaceva a Lui in quel giorno di giubileo, e si lascio’ cadere sulla poltrona alle sue spalle. Qualcuno vicino a lui si affretto’ a sprangare la finestra e a spingere la poltrona in un luogo piu’ sicuro. Poi anche il Santo Padre disse: “Voglio sentire”, accosto’ l’orecchio, e tacque.
“Non sono un pazzo, cari colleghi – continuava la voce – piuttosto direi che sono un topo in gabbia. Sono qui a correre su e giu’ per la mia gabbina, a sbattere di volta in volta contro una parete di plastica o a schiacciare il naso fra due sbarre di metallo. Faccio il bagno nell’acqua sporca e passo le giornate correndo nella mia ruota da topo. Ho una vita sola e la passo cosi’. Non e’ poi che a voi vada tanto meglio, pero’, mi pare.” La polizia italiana era gia’ salita per la scaletta del cupolone. Una decina di uomini erano sul terrazzo di meta’; in tre sulla cima. Era stato chiamato uno psicologo che stava arrivando. Ma “Non fate niente, ci sono i giornalisti”, disse un maresciallo, poi sorrise guardando giu’ quanti erano, quei giornalisti. “Bene, questa e’ la mia situazione – continuava senza pause fra le parole il matto – guardo il mondo fuori dalla mia gabbia di topo, e vorrei che anche la mia gabbia fosse cosi’ bella e grande come il mondo la fuori.
Cosi’ sposto i sassi del mio ghiaino da una parte all’altra, cercando di migliorare qualcosa. Ma non cambia niente.” “Ho visto come devono andare le cose, e vedo anche che tutti gli altri, e tutti voi, come per farmi un dispetto continuate a spostare tutto dall’altra parte. Qualcuno di voi ha visto San Remo, l’ultimo, quando e’ intervenuto Gorbaciov? Era commosso. Ha preso al volo un’occasione mondana per parlare a quella decina di milioni di spettatori, e ha detto le parole che gli uscivano dal profondo del cuore. Ha detto: ”Giovani, il mondo e’ vostro, ne potete fare quello che volete. Fatene qualcosa di bello”. Quasi piangeva. Uno dei piu’ grandi uomini politici, di quelli che hanno fatto la storia, e’ arrivato alla fine della sua vita per lanciare questo appello cosi’ banale. Uno che ha visto tutto, che ha avuto in mano la scatola dei bottoni, uno che ha fatto morire l’Unione Sovietica alla ricerca della dignita’ della persona, bhe, tutta la sua esperienza e’ culminata solo in quelle parole. E allora? E allora lo sapete: ci ha messo una vita per arrvarci, e ha ragione lui! E che ne e’ stato poi? Che ne e’ stato delle parole di quel premio Nobel? Niente. Perche’ le parole di un vecchio fanno sorridere e fanno far vignette, e non fanno notizia! Non hanno forza!
Bene, signori qui presenti. Signori della stampa. Giornalisti tutti. Il mio messaggio e’ questo: – ci fu un attimo di silenzio, in cui tutta Piazza San Pietro rimase con la bocca spalancata in attesa – Cari colleghi, Andate a cagare! ” “Andate a cagare, l’ho detto dal Cupolone. E questo e’ tutto, con questo ho finito.” Qualcuno accenno’ una risata. Immediatamente il riso si diffuse a raggiera, e percorse tutta la piazza. Poi segui’ un applauso, un minuto, poi silenzio. Poi di nuovo un applauso, e si sciolse nel crescente mormorio di fondo. “E pensare che in fondo ha ragione – disse qualcuno agitando la sua penna – Per fortuna il mondo non e’ dei sognatori e dei pazzi!”, e si rimise a scrivere appunti sul suo blocchetto.
Quanto a me, “Chiedo di essere giudicato dai tribunali vaticani”, furono le prime parole che dissi agli agenti, appena riuscirono a trascinarmi su dall’inferriata. Una mano mi strinse forte il braccio, come primo contatto. Poi fui avvinghiato da centomila strattoni. Il tribunale vaticano e’ particolare. Ma in Vaticano fa lui la legge. Le punizioni massime previste sono la scomunica e le pubbliche ammende. Io me la sono cavata con qualche mese in piu’ di purgatorio, e ancora lo devo scontare; e nel complesso credo che sara’ un divertente diversivo all’eternita’. Credo comunque ne sia valsa la pena. Quel giorno dopo due ore stavo stringendo le mani al Papa, che aveva chiesto di conoscermi personalmente. I giornalisti (gli altri) rimasero fuori, e nei giorni seguenti sproloquiarono a lungo su Giovanni Paolo Secondo, e su quando aveva perdonato il suo attentatore qualche anno prima, e poi che adesso aveva voluto parlare anche con me, il neobattezzato “topo della Cupola”. In seguito visto che i giornali non sapevano piu’ cosa dire iniziarono a contattarmi per le proposte delle interviste in esclusiva. Che andassero a cagare pero’ gliel’avevo gia’ detto quando ero li’ legato.
Ma quel giorno, dicevo, rimasi per un’ora buona al cospetto del Santo Padre. Eravamo soli, in una delle stanze vaticane. Lui mi indico’ una grande poltrona politologa, feci cenno di no con la testa. Mi inginocchiai di fianco a lui, c’era un tappeto, eravamo in penombra. Volevo sentire piu’ da vicino il contatto con quell’Alto Vecchio. Lui mi guardava in silenzio, la sua mano destra era su un bastone intarsiato ricurvo da passeggio, la mano sinistra tremava sul bracciale della sua poltrona, rossa e dorata. Fui io a prendergli un palmo; “scusa”, volevo dirgli. Mi dispiaceva avergli rovinato il discorso e rubato la piazza. E fatto tutto quel casino per una cavolo d’idea stupida che mi era martellata nel cervello. Ma lui mi guardava dentro, e lo capiva quello che avevo voluto fare. Aveva capito quello che ero. Non parlava ma mi fissava. Si sarebbe detto che era in contemplazione di me. Gli dispiaceva non avere molte parole da dirmi per farmi intendere quello che pensava; ma io lo capivo lo stesso. E mi dispiaceva non riuscire a dargli da intendere che lo capissi, anche se lui lo intendeva lo stesso. Ero figlio. L’unica cosa, mi veniva da piangere, avevo gli occhi rossi. Sentivo la forza di quell’Uomo Solo, autorevole e fragile, li’ vicino a me. Lui che aveva passato gli anni girando per il mondo, aveva fatto la parte della coscenza del pianeta. Una lacrima mi taglio’ il viso mentre guardavo i suoi occhi. Lo capivo che mi voleva bene. “Figliolo”, mi disse.
E basta.
Questo racconto é stato scritto quando era ancora in vita Giovanni Paolo Secondo e segna le motivazioni al mio lavoro e alla nascita di questo sito.Marco Tassinari


